Blog dello Spettacolo

25 Dic 2013

Le Scelte del Filodrammatico

di Luigi Antonio Mazzoni
Molte volte durante il percorso teatrale di una vita mi sono chiesto cosa mi spingeva a fare teatro, quali fini perseguire, con quali mezzi. Domande che mi hanno spesso mandato in crisi: per la qualità del mio teatro, per la natura del mio impegno, per la coerenza degli obbiettivi. Ancora mi interrogo e nel mio commiato dalla Presidenza UILT voglio consegnarvi alcune riflessioni su cosa credo oggi debba consistere il nostro far teatro.

Le mie radici teatrali sono ancorate alla parrocchia e alla Filodrammatica Berton.
Ho fatto e faccio teatro “filodrammatico” o per chi preferisce“amatoriale” (da qui in avanti userò senza distinzione entrambi gli attributi).
Comunque sia, entrambe le accezioni  – teatro amatoriale e teatro filodrammatico – non trovano spazio nel “Dizionario del teatro” di Patrice Pavis, edito da Zanichelli: si parte dal “teatro-danza”  e si giunge dopo una trentina di definizioni al “teatro totale” ma del teatro amatoriale non c’è traccia; e non ce n’è traccia neanche nel “Dizionario del teatro” di Bevilacqua e Udina, edito da Newton Compton. E nemmeno la definizione di “attore amatoriale” o “attore filodrammatico”  trova spazio in questi due dizionari.
Per il Devoto-Oli l’amatore è “Persona che coltiva un interesse per diletto; dilettante” e il filodrammatico è un “Dilettante d’arte drammatica impegnato nel teatro a un livello non professionale”.
Per entrambe le definizioni quindi, ciò che qualifica il filodrammatico e l’amatore è il “dilettantismo” e di conseguenza “il livello non professionale” del loro teatro: in soldoni, la bassa la qualità del teatro prodotto.

Fin qui le definizioni. Ma queste definizioni non rappresentano adeguatamente la situazione odierna del teatro non professionistico e credo che oltre alla separazione “teatro professionistico” vs “teatro amatoriale” e ci sia bisogno di nuovi distinguo.
La definizione di filodrammatico fotografa il teatro sorto nelle parrocchie italiane e nelle associazioni laiche verso la fine dell’ottocento. Una descrizione che rispecchia ancor oggi molta parte del teatro amatoriale – specie quello dialettale verso cui, in tanti casi, è perfino benevola – ma inevitabilmente lega tutto il movimento teatrale non professionista a un’idea di sottocultura teatrale.
E possiamo testimoniare che – almeno in parte – non gli appartiene più. Il guaio è che non ne abbiamo altre – di definizioni – e anche noi della U.I.L.T. – sorta proprio nel tentativo di nobilitare il lavoro del filodrammatiuco con lo studio e la formazione – siamo ben lontani dal raggiungere l’obbiettivo di distinguerci dai dilettanti.
Allora vorrei ragionare su quali confini, quali paletti mettere perchè un gruppo o un attore – pur chiamandosi filodrammatico o amatoriale, non sia dilettantesco. Anzi, credo proprio che la nuova distinzione da avverare debba giocarsi nella disgiunzione tra questi due  termini “filodramatico o amatore” vs “dilettante”.

Ma procediamo con ordine.
Mi immagino l’insieme delle attività teatrali umane come una nuvola enorme, uno di quei cumuli che si formano nei pomeriggi estivi in collina. La forma varia e in continuazione si rimodella. In questo mondo possibile abita tutto ciò che intendo come teatro. Gli attori, i gruppi teatrali, gli spettacoli, il pubblico, i luoghi, il professionismo, l’amatorialità, i rapporti fra le persone e tutti i parametri che misurano il far teatro di ogni singolo individuo: capacità, volontà, intelletto, sentimento, dedizione, gioia, altruismo… ma anche pressapochismo, fatuità, vanagloria, presunzione, ostentazione, egoismo…
Lì, sto anch’io. Col mio carico di capacità e pressapochismo, di fatuità e volontà. Fluttuante fra la cima e il fondo, mai raggiungendo quella e talvolta (ahimé!) con rimorso adagiandomi su questo.
In verità, alla cima, neanche aspiro. É una vetta per asceti, guru, monaci, eremiti. Meta di pochi eletti che vi possono aspirare in virtù di innate e spiccatissime capacità e vocazione indomita. Tra i filodrammatici tipi simili non hanno dimora o se ce l’hanno è per breve tempo, per un passaggio rapido ad altra categoria.
E non aspiro neanche a trasformare il mio fare teatro in un lavoro. Come tutti i filodrammatici ho già un lavoro, una fonte di reddito che mi basta per vivere. Faccio teatro per sola passione.
Però credo fermamente che tutta la passione che pervade il mondo filodrammatico non sia sufficiente a riscattare la sua condizione di subalternità nel mondo dello spettacolo se a essa non si affianca una vera professionalità.
Deve essere questo l’obbiettivo imprescindibile per ogni attore amatoriale: cercare di raggiungere una preparazione e competenza – una professionalità – che lo ponga – per qualità del suo teatro – sempre più alla pari di chi fa il mestiere. La sola differenza deve trovarsi nella destinazione d’uso della componente economica. Il professionista deve vivere del suo teatro, è il suo lavoro. Il filodrammatico, deve far vivere il suo gruppo.

L’attore professionista può essere ricco e in ogni caso deve badare solo a se stesso, l’attore filodrammatico deve essere povero e in ogni caso deve badare alla sua compagnia che deve essere ricca. Intendo dire che il suo guadagno deve servire per accrescere la capacità attoriale sua e dei suoi compagni. Deve servire per acquistare attrezzature, mezzi e tecnologia. Deve servire per avere a disposizione uno spazio, una bottega – come dirò più avanti –  per gli spettacoli della Compagnia e non solo per le prove.
Il filodrammatico è una  cosidetta “persona comune”. Spesso è sposato, ha dei figli, una occupazione, è inserito nel tessuto sociale della sua città. Generalmente non ha eccellenti virtù teatrali. Lavora tutti i giorni, magari è pendolare e la sera (il solo tempo per le prove) è sovente stanco e svogliato. Questo è – di frequente – il filodrammatico.
I suoi limiti sono: la esigua quantità di tempo da mettere a disposizione dell’attività teatrale, le sue modeste capacità e conoscenze, la sua frequente (ahimé) poca voglia di studiare e l’ansia di andare in scena. Non è – e non sarà mai – uno dei pochi eletti appartenenti a laboratori di famosi ricercatori, non frequenterà mai accademie prestigiose. Fa teatro senza chiedersi troppi perché, checché ne pensi Brecht e non vuole uscirci pazzo come Artaud!
E’ vero, queste sono grosse difficoltà, e superarle è già un merito; ma non possono essere un alibi per confinarsi nel dilettantismo e nel pressapochismo. Troppo spesso l’attore amatoriale coltiva – dell’attività teatrale – la sola parte edonistica, narcisistica che chiama impropriamente passione. Si diletta; non si sente motivato a fare meglio. Crede di possedere professionalità o peggio, la millanta. Non capisce la difficoltà dell’attività che esercita, la complessità della preparazione di uno spettacolo, la necessità di conoscenze e competenze personali. Rimane a galla. Superficiale, generico, dilettante.
Purtroppo il teatro non fa sconti a nessuno. E se è vero che il professionista è obbligato a produrre almeno a un determinato standard perché altrimenti non mangia, è anche vero che lo stesso deve tentare di fare il filodrammatico. Altrimenti – perseverando nel dilettantismo – continuerà ad avvallare ciò che già si pensa e si scrive del suo teatro: un sottoprodotto culturale.
Fare teatro non è una medicina e nessun dottore la prescrive come cura, fare teatro non è una legge dello stato che va osservata pena ammende o sicure carcerazioni;  e neppure un dogma di Santa Romana Chiesa la cui inosservanza attiri scomuniche e fulmini celesti. Insomma, nessuno ci obbliga a fare teatro.
Fare teatro è una nostra libera scelta. Ma facendolo assumiamo dei doveri. I primi sono nei  confronti del pubblico pagante. Poi,  nei confronti delle altre compagnie che svolgono l’attività con impegno e coscienza. E ancora più doveri – noi che facciamo teatro dialettale – li assumiamo verso il nostro dialetto. Tutti diciamo di amare la nostra lingua madre, la nostra terra; e che facciamo teatro dialettale appunto per dimostrare questo amore.  Spesso sento affermare: “ Faccio teatro perché amo il mio dialetto” e subito dopo “Lo faccio senza impegno, per divertirmi”. Una vera contraddizione in termini. Se il dialetto fosse un nostro partner e noi gli/le dicessimo “Sto con te perché ti amo” e poi “Ci sto senza impegno, per divertirmi.” A parte il fatto che forse non avremmo tanta spudoratezza; lei o lui come la prenderebbe? Ci manderebbe a quel paese! Ma il dialetto non può e deve sorbirsi queste vacue dichiarazioni d’amore.
Se il teatro approssimativo poteva andare bene per i nostri padri, privi di mezzi e scarsi di esempi, oggi – nel mondo globalizzato, nel mondo della comunicazione – non ci si può più improvvisare attori. Chi fa teatro deve sapere che non è esentato dal confronto con tutto l’altro teatro e non deve cedere alla tentazione di ripararsi dietro a scuse banali o acquattarsi al riparo del dialetto, per evitare questo confronto.
E ovvio che nessuno pretende che gli attori filodrammatici siano dei fuoriclasse come Eduardo, ma che almeno conoscano metodi e tecniche teatrali e sappiano come lavorare sul personaggio, sì.
E non si richiedono registi  emuli di Eugenio Barba o Peter Brook che ad ogni costo debbano fare avanguardia, ma persone che conoscendo i principi della drammaturgia sappiano lavorare sulla lingua, sui testi, con gli attori.

 

Il teatro all’incirca, un tanto al chilo – qualsiasi motivazione abbiano i suoi sostenitori – non giova al teatro, non giova a chi nel teatro amatoriale si sforza di fare le cose con professionalità, ma fa ancora più danno al dialetto confinandolo ingloriosamente a supporto di un prodotto – come ho già detto e ribadisco –  di basso o nessun contenuto culturale.Per carità, gli happening e le serate in amicizia con scenette, polenta, castagne, dialetto e vin brulè, facciamole sempre, le barzellette spinte raccontiamole, ma non pretendiamo che diventino teatro.
Allora,  da filodrammatico e non da dilettante, se voglio veramente bene al teatro,  devo – nel mio agire – operare delle scelte e perseguirle fino in fondo.
Sono le scelte del missionario: che non si cura del business personale, che si sporca le mani nelle piccole cose di tutti i giorni,  che vive la sua attività senza invidie per il mondo dei professionisti, che non aspira al  clamore dei mass media e alle luci del gran mondo e che ogni giorno incontra e dialoga con il suo compagno e pur litigandoci spesso,  ne vede sempre il lato positivo.
Sono le scelte di un artigiano. E  come ogni artigiano ha la sua bottega, così ogni gruppo filodrammatico dovebbe avere se non il suo teatro, almeno uno spazio in cui incontrare il suo pubblico.
L’artigiano conosce la sua “arte”, sa usare le sue macchine, conosce il materiale che ha a disposizione, cerca di usarlo al meglio e senza sciupare nulla e impara, strada facendo, tutti i trucchi del mestiere. E’ appassionato al suo lavoro, e cerca di perfezionarlo in ogni occasione, e ogni volta produce pezzi unici, anche quando li fa in serie.
L’artigiano è corpo pulsante della società, di quella società popolare, di quartiere, fatta di rapporti fra persone, di conoscenze, di amicizie, e si confronta con questa  varia umanità. Nella sua bottega passa il mondo e lui si appassiona, si annoia, si commuove, si arrabbia alle richieste della gente. Per intenderci, mentre l’artista può isolarsi nella sua torre d’avorio e disdegnare chi non capisce la sua arte, in attesa o di morire di fame o di qualche magnate che lo ricopra d’oro, l’artigiano ha bisogno della gente, deve mediare con essa ogni giorno. Senza clienti l’artigiano non avrebbe ragione di esistere. Deve vendere il suo lavoro e perciò stesso deve accontentarli, ma nello stesso tempo non si fa sopraffare da loro, li stimola, li istruisce, e a volte li fa innamorare di se.
L’artigiano tiene a bottega degli apprendisti, che vogliono imparare il mestiere – che, si direbbe oggi, compiono un percorso di formazione – e gli apprendisti non sono improduttivi, imparano, e nello stesso tempo producono; certo i loro prodotti non saranno uguali a quelli del Maestro, ma uscendo dalla sua bottega porteranno inevitabilmente il suo marchio di qualità.
L’artigiano non spreca il suo tempo in ricerche fini a se stesse, in esperimenti inutilizzabili, ma ha sempre molto chiaro che il suo scopo è produrre e vende i suoi prodotti a un prezzo onesto e accessibile. Sperimenta, certo, e qualche volta l’esperimento non gli riesce appieno, ma produce sempre un prodotto finito.
C’è una sola cosa che distingue l’artigiano dal filodrammatico. L’artigiano paga i suoi dipendenti e divide gli incassi con i suoi soci, il filodrammatico, tutto quello che ricava lo riinveste nell’attività teatrale e nella struttura che lo ospita.
Infine per chi conduce una Compagnia: sono le scelte di un capoclan, a cui spetta decidere come e cosa fare, che pur avendo la responsabilità del gruppo sa anche farsi servo dei compagni, che è sempre il primo ad arrivare e l’ultimo a partire, che accumula su di sé le ansie inevitabili di ogni allestimento e sa stemperare le tensioni che si creano evitando lotte e appianando conflitti.
Fuor di metafora: il filodrammatico deve allestire spettacoli il più possibile accurati e ben fatti, riconoscendo a ciascun compagno non solo le capacità teatrali  ma anche la dedizione, la lealtà, la volontà e tutte le qualità umane che cementano il gruppo, che così rafforzato è pronto a supplire alle mancanze del singolo creando sempre sulla scena ciò che sempre la vera passione può fare: il virtuoso circolo empatico della visione teatrale.
Forse queste scelte,  non  sempre sono sufficienti per ottenere un ottimo prodotto teatrale, ma per cercare di uscire dal ghetto del dilettantismo, sono necessarie.