agire in scena

Agire in scena attraverso l’immaginazione | Sistema Stanislavskij

In questa lezione abbiamo parlato dell’agire in scena attraverso l’immaginazione, tema trattato da K. S. Stanislavskij nel testo Il Lavoro dell’attore su se stesso.

Agire in scena

Leggiamo con il nostro direttore la seguente frase sul testo: «Bisogna saper trasformare l’oggetto, di conseguenza anche l’azione passerà dalla freddezza mentale e razionale al tepore, al calore del senso e del sentimento.» (pag. 103)
Torvoc ha fatto accendere una lampada nel buio del palco. Ha chiesto a Naznanov di interagire con questa. Gli ha suggerito di immaginare che fosse l’occhio semi-chiuso di un mostro addormentato. Nel buio non si vedono i contorni del suo corpo gigantesco, che sembra più spaventoso. Invita l’allievo a domandarsi: «Che cosa farei se fosse vero? Da che parte è meglio attaccare la belva?».
L’attenzione dell’allievo si focalizza sull’oggetto, si risveglia l’immaginazione e comincia ad agire.

«Se cominci ad agire, vuoi dire che accetti l’oggetto, che ci credi, che c’è un legame tra voi. Vuoi dire che hai trovato uno scopo e che la tua mente si è staccata da tutto il resto che si trova in scena.» (pag. 103)

Attenzione creativa

Se in scena è presente un oggetto bisogna focalizzarsi su di esso, sappiamo che in scena non è l’oggetto in sé ad attirare l’attenzione, ma quello che l’oggetto suggerisce all’attore. Quindi è importante trasformare l’oggetto aiutandosi con le circostanze date per renderlo più interessante. Provare a fare entrare l’oggetto in una storia emotiva è una soluzione per aiutare la creazione.
Quando ci troviamo di fronte all’incertezza o alla pigrizia, prima di entrare in scena questo strumento ci può venire in aiuto. Risveglierà l’immaginazione e l’immaginazione spingerà ad agire in scena.
Ricordiamo un concetto espresso anche altre volte: una regola del teatro e che bisogna sempre buttarsi, qualcosa di sicuro succederà. Se resto in quinta non può succedere nulla.

Guardare il pubblico?

Poi abbiamo analizzato la frase: «Non bisogna mai guardare il pubblico». (pagina 105).
Ma è davvero così? Dipende dalle situazioni, in questo caso in classe stanno parlando de “Il Gabbiano” di Anton Cechov. É assolutamente corretta l’affermazione di non guardare il pubblico. Altri esempi possono essere Strindberg o Ibsen con le loro rispettive opere “La signorina Giulia” e “Casa di bambola”. Gli autori di queste opere vogliono portare gli spettatori dentro una sorta di incubo. Strindberg, ad esempio,  chiedeva di togliere l’intervallo perché era fonte di distrazione. Tutta l’atmosfera dolorosa e tragica costruita nel primo atto veniva annullata dalla pausa. Perciò, anche se per un solo momento, un attore di queste opere guardasse il pubblico crollerebbe tutta l’atmosfera.
Bertolt Brecht invece speriemnta un altro genere di messainscena. Brecht può essere ricordato tra i fondatori di una nuova forma teatrale agli inizi del ‘900: il teatro epico. Un teatro che si differisce dal concetto di teatro come lo si intende normalmente poiché a differenza del teatro più comune ha il preciso scopo di sottolineare la finzione teatrale. Alcune sue opere sono strutturate in un teatro senza quinte, gli attrezzisti e i movimenti fuori scena sono in vista al pubblico.
Nel teatro goldoniano spesso l’attore si rivolgeva al pubblico con gli a-parte.
Anche in Shakespeare troviamo spesso situazioni in cui si guarda il pubblico.
In conclusione è sempre un errore guardare il pubblico?
Ciò che intende Stanislavskij è che il rapporto con il pubblico deve essere giustificato.
Guardare verso le prime fila per ammiccare ad un’ammiratrice non è giustificato.

(SFA, Sistema Stanislavskij, lezione del 3 novembre 2022 con Mario Restagno – Relazione a cura di Pietro Pellegrino)

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